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L'11 settembre di mio zio Salvador il golpe cileno del '73 raccontato nel nuovo libro di Isabel Allende |
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"Il mio paese inventato" (Feltrinelli, pagg. 188, euro 13,00), in prossima uscita autobiografia di Isabel Allende
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Per farsi un'idea di cosa sia stato il golpe militare, bisogna immaginare ciò
che proverebbe un nordamericano o un inglese se i soldati del suo paese
attaccassero in assetto da guerra la Casa Bianca o Buckingham Palace,
provocassero la morte di migliaia di cittadini, tra cui il presidente degli
Stati Uniti o la regina e il primo ministro britannico, dichiarassero
sciolti il congresso o il parlamento per un tempo indefinito, destituissero
la Corte Suprema, abolissero la libertà individuale e i partiti politici,
sottoponessero a totale censura i mezzi di comunicazione e si prefiggessero
di eliminare tutti i dissidenti. Ora immaginate che questi stessi soldati,
in preda al fanatismo messianico, detenessero il potere per molto tempo,
decisi a estirpare i loro avversari ideologici. Questo accadde in Cile. Dovrei esporli in maniera imparziale, ma ciò significherebbe tradire le mie convinzioni e i miei sentimenti. Questo libro non vuole essere un resoconto politico o storico, ma una raccolta di ricordi, che sono sempre selettivi e portano il segno dell'esperienza e delle ideologie personali. La prima parte della mia vita si concluse quell'11 settembre del 1973. (...). La famiglia Allende, o per
meglio dire i membri della famiglia che non erano morti, prigionieri o
passati alla clandestinità, partì per l'esilio. I miei fratelli, che si
trovavano all'estero, non rientrarono. I miei genitori, allora ambasciatori
in Argentina, si trattennero per qualche tempo a Buenos Aires, fino a quando
furono minacciati di morte e dovettero fuggire. La famiglia di mia madre,
invece, era per la maggior parte nemica acerrima dell'Unidad Popular e molti dei miei parenti brindarono al golpe militare
con champagne. Quanto sapeva di ciò che accadeva attorno a lui? Viveva isolato, quasi non usciva di casa e il suo unico contatto con la realtà era la stampa, che occultava le notizie e mentiva. Forse l'unica che gli presentava l'altra faccia della medaglia ero io. All'inizio cercai di tenerlo informato, perché in qualità di giornalista avevo accesso alla rete clandestina di voci che durante quel periodo aveva rimpiazzato le fonti ufficiali di informazioni, ma in seguito smisi di dargli cattive notizie, per evitare di deprimerlo e farlo preoccupare. Cominciarono a sparire amici e conoscenti, talvolta alcuni di loro tornavano dopo settimane di assenza con gli occhi spiritati e i segni delle torture. |