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Fiabe Classiche |
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C'era una volta una bambina che non aveva né padre né
madre e viveva nel bosco oscuro. Un villaggio sorgeva al limitare del bosco, e
lei aveva imparato che là poteva comprare fiammiferi per mezzo penny e poteva
rivenderli per la strada a un penny intero. Se ne vendeva abbastanza, riusciva
a comprarsi un pezzetto di pane raffermo; tornava allora al suo povero rifugio
nel bosco e dormiva tenendosi addosso tutti gli abiti che possedeva. Arrivò l'inverno, e faceva molto freddo. Non possedeva
scarpe, e il cappotto era talmente liso da essere trasparente. Aveva i piedi
blu, con le dita tutte bianche; altrettanto bianche erano le dita delle mani e
la punta del naso. Vagava per le strade e pregava i passanti di comprarle
qualche fiammifero, ma nessuno si fermava e nessuno si curava di lei.Così una
sera si mise a sedere e disse tra sé: "Ho dei fiammiferi. Posso
accendere un fuoco e scaldarmi". Ma non aveva legnetti né ciocchi.
Decise comunque di accendere i fiammiferi. E così, seduta con le gambe tese,
strofinò il primo fiammifero. E subito parve che freddo e neve fossero
svaniti come per incanto. Invece dei fiocchi di neve volteggianti
nell'aria,vide una bella stanza con una stufa di ceramica verde scuro, con lo
sportello di ferro ornato di volute. La stufa emanava tanto calore da far ondeggiare l'aria.
Si rannicchiò vicino alla stufa e le parve di essere in paradiso.Ma
d'improvviso la stufa svanì e lei si ritrovò seduta nella neve, tutta
tremante, e per il freddo batteva i denti. E allora strofinò il secondo
fiammifero e la luce cadde sul muro della casa accanto e potè improvvisamente
vedere dentro. Nella stanza c'era una tovaglia candida come la neve che
ricopriva una tavola, e sulla tavola c'erano stoviglie di porcellana del
bianco più puro, e su un grande piatto c'era un'anatra appena sfornata, e
proprio mentre stava per mettersi a mangiare la visione svanì. Era di nuovo nella neve. Ma ora le ginocchia e i
fianchi non le dolevano più. Ora il freddo pungeva e bruciava lungo le
braccia e nel petto, sicchè accese il terzo fiammifero. E nella luce del
fiammifero vide uno splendido albero di natale, mirabilmente decorato con
candeline bianche ornate di pizzo alla base, e belle palle di vetro, e
migliaia e migliaia di puntini luminosi che non riusciva a capire che cosa
fossero. E sollevò lo sguardo sull'albero enorme, e quello si sollevava
sempre più in alto, finchè divenne le stelle del cielo sulla sua testa, e
una stella attraversò sfavillando il cielo, e lei ricordò che la mamma le
aveva detto che quando un'anima muore, cade una stella. E d'improvviso dal nulla apparve la sua nonna, tanto
gentile e affettuosa, e la bimba fu così felice di vederla. La nonna sollevò
il grembiule e l'avvolse intorno alla bambina, se la strinse tra le braccia e
la bambina provò felicità.
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C'era una volta un vecchio mugnaio con tre
figli, un asino, un gatto soriano e nemmeno un becco d'un quattrino. Vecchiaia e fatiche avevano logorato il
corpo e la mente del mugnaio, tanto è vero che, giunto alla fine dei suoi
giorni, divise i suoi averi tra i figlioli: - Al primo Arduino, lascio il
mulino; al secondo, Alvaro, il somaro; e per te, Germano, non ho che il
gatto. Arduino ed Alvaro erano felici: - Io con il
mio mulino e tu con il tuo somaro faremo società con servizio di consegna
del macinato al domicilio dei clienti. Ci arricchiremo in pochi anni! – Rimasto solo, Germano, diede un'occhiata al
gatto e si grattò la testa: - Io - gli disse - lo so che sei un buon
gatto e ti voglio bene. Ma se davvero sei furbo come dicono, taglia subito
la corda e lasciami solo con la mia miseria. Con quel che so fare io posso
garantirti soltanto tre cose: freddo d'inverno, caldo d'estate e fame
tutto l'anno. Il gatto che fino a quel momento non aveva
mai detto una parola a nessuno, gli strizzò l'occhio e cominciò a
parlare: - Tu caro mio, devi solo fare due cose, procurarmi un paio di
stivali ed affidarti al mio ingegno; altro che fame! Fra tre mesi saremo a
Corte! – Il giovanotto, tutt'altro che convinto,
fece spallucce e gli diede una lisciatina sulla groppa: - E bravo gatto! -
esclamò - Allora sai anche parlare! - Il bisogno aguzza l'ingegno e scioglie la
lingua anche ai gatti - rispose la bestiola. Faceva abbastanza caldo e Germano, senza
ribattere parola, portò il suo mantello di panno al monte di pietà e col
ricavato comprò gli stivali al gatto e si sdraiò all'ombra, con le dita
intrecciate dietro la nuca ad aspettare gli eventi. Il gatto, grande cacciatore, si mise subito
al lavoro e meno di un'ora dopo stringeva tra le grinfie un bel leprone. Senza perdere tempo, con il suo leprone in
sacco, andò alla Reggia e si presentò al Re. Si prosternò ai piedi del trono e tirò
fuori la lepre gridando: - Ecco Maestà: mi invia il mio signore e
padrone, il Marchese di Carabas, con questo piccolo omaggio destinato al
reale salmì...- Al Re che era un buon gustaio, non parve
vero accettare il dono; ma chi era quel simpatico Marchese, mai sentito
nominare? Boh! Anche sua figlia, la principessa Isabella era rimasta bene
impressionata dalle parole del gatto. Il quale intanto, era già fuori a
procurare un po' di cena per sé e per il padrone. E la mattina dopo, all'ora giusta, eccolo
di nuovo a Corte, stavolta con quattro favolosi fagiani dorati: - Ti
porto, o Sire, un modesto omaggio del mio signore e padrone, il Marchese
di Carabas, per i reali arrosti. E il Re, a sfogliare il libro della Nobiltà
nella vana ricerca di quello sconosciuto Marchese. E la bella Isabella, a sognare a occhi
aperti un possibile matrimonio con un così generoso e sollecito suddito. Insomma, per farla corta, tutte le mattine
per più di un mese, si ripeté a Corte la medesima scena del gatto con
gli stivali latore di gustosissimi messaggi da parte del Marchese di
Carabas, suo signore e padrone. Venne luglio, gran calura e grano maturo
nei campi. Una mattina il gatto sapendo che il Re
sarebbe uscito con la figlia per fare un giro rinfrescante sulla carrozza
dorata, svegliò presto il padrone che dormiva sotto un pino e , tutto
eccitato, gli gridò: - Presto, presto, padroncino, spogliatevi dei vostri
stracci e immergetevi nel l'aghetto tra poco passerà di qui la carrozza
reale! - Ma io non so nuotare!- ribatté Germano
allibito. - E via! - rispose il Gatto - Sapete bene
che nel laghetto non c'è più di mezzo metro di acqua. Anzi dovete
starvene seduto tenendo fuori solo la testa, perché nella vettura c'è
anche la principessa Isabella. Poi corse incontro alla carrozza Reale e
cominciò a gemere, a sbracciarsi, a chiedere aiuto: - Vi prego, Maestà,
fate soccorrere il Marchese di Carabas, mio signore e padrone!... Alcuni
malviventi lo hanno spogliato dei preziosi abiti e lo hanno buttato ad
annegare nel lago. Il Re figurarsi, mandò subito paggi,
coppieri, maggiordomi, ciambellani, consiglieri e tutta la cianfrusaglia
del suo seguito al soccorso del suddito più generoso e nobile del regno,
mentre due corrieri a cavallo, partivano verso la Reggia per prendere dal
guardaroba reale il più sontuoso abito che potessero trovare. Isabella stava per svenire; ma quando le
portarono dinanzi il pseudo Marchese tutto in ghingheri negli abiti reali,
vedendolo così giovane, ben fatto e bello, se ne innamorò in un
battibaleno e giurò a se stessa che ne avrebbe fatto il suo sposo. Il giovane salvato dalle acque, ringraziò
Sua Maestà, rese omaggio alla regale figlia e prese posto nella carrozza
dorata che proseguì il viaggio. Ma il gatto con gli stivali già la
precedeva da parecchio. E lungo la strada ogni volta che incontrava
dei contadini al lavoro nei campi, gridava loro, con voce insinuante: -
Ehi buona gente, tra poco passerà la carrozza del Re; se vi domanderanno
di chi è questa terra rispondete che è del Marchese di Carabas ... Non
avrete da pentirvene... – E infatti, arrivata la carrozza, il Re si
affacciava a chiedere: - Ma di chi è questa bella terra! - e i contadini,
con un inchino: - E' del Marchese di Carabas, Sire. E il gatto avanti. Finalmente la bestiola
arrivò al castello dell'Orco Ezechiele che era anche il padrone delle
terre intorno, e chiese d'essere ricevuto. Eccolo dunque dinanzi all'Orco. Gran riverenza, destinato a solleticare la
vanità del mostro. Infine l'ingenua domanda: - Ma è proprio
vero Signor Orco, che lei è capace di trasformarsi in qualsiasi animale
vivente?... C'è chi dice di si e chi dice di no. – L'Orco sbottò in una gran risata: - Vorrei
proprio vedere chi dice di no! Guarda! - e dinanzi al misero gatto, mezzo
morto di paura, ecco ergersi al posto dell'Orco un enorme leone. - Ba... Ba... basta! - gemé il Gatto - Son
più che convinto e vedo benissimo che un orco grosso come lei può
trasformarsi in un leone altrettanto grosso. Ma non avrebbe, nel suo
catalogo di trasformazioni, qualcosa su scala ridotta? Sarebbe, per
esempio, capace di diventare un piccolo topo di campagna?.. Altra sonora risata dell'Orcaccio ed ecco
sulla gran poltrona saltellare un topino. Il gatto che non aspettava altro, gli fu
addosso in un lampo e ... se lo divorò in due bocconi. Poi la nostra furbissima bestiola si volse
a tutta la servitù con occhi dolci: - Tra poco - gridò - giungerà al
castello la vettura dorata con il Re e il vostro nuovo padrone. Voglio che
sian ricevuti con tutti gli onori e con un gran pranzo di gala. Insomma: quello stesso giorno furono anche
decise le nozze tra Germano e Isabella. E il gatto? Oh, per se non volle quasi niente! Si tolse per sempre gli scomodi stivaloni, non rivolse mai più la parola a nessuno e tornò al suo mestiere di gatto di buona famiglia.
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