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Fiabe Moderne |
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Dopo una lunga ed eroica vita, un valoroso samurai giunse
nell'aldila' e fu destinato al paradiso. Era un tipo pieno di curiosita' e
chiese di poter dare prima un'occhiata anche all'inferno. Un angelo
lo accontento' e lo condusse all'inferno. Si trovo' in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola
imbandita con piatti colmi e pietanze succulente e di golosita'
inimmaginabili. Ma i commensali, che sedevano tutt'intorno, erano smunti,
pallidi e scheletriti da far pietà. "Com'è possibile?", chiese il samurai alla sua guida.
"Con tutto quel ben di Dio davanti!". Il samurai rabbrividi'. Era terribile la punizione di quei
poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a
mettersi neppur una briciola sotto i denti. Non volle vedere altro e
chiese di andare subito in paradiso. Qui lo attendeva una sorpresa. Il paradiso era un salone
assolutamente identico all'inferno! Dentro l'immenso salone c'era
l'infinita tavolata di gente; un'identica sfilata di piatti deliziosi. Non
solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi
piu' di un metro, da impugnare all'estremita' per portarsi il cibo alla
bocca. C'era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era
allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia. L'angelo sorrise. "All'inferno ognuno si affanna ad afferrare il
cibo e portarlo alla propria bocca, perche' si sono sempre
comportati cosi' nella vita. Qui al contrario, ciascuno prende il
cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio
vicino".
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E i cannoni divennero cannoli (di Gino Strada) C’era una volta un pianeta chiamato Terra. Si chiamava Terra anche se, a dire il vero, c’era molta più acqua che terra su quel pianeta. Gli abitanti della Terra, infatti, usavano le
parole in modo un po’ bislacco. Prendete le automobili, per esempio. Quel
coso rotondo che si usa per guidare, loro lo chiamavano "volante", anche se le macchine non volano affatto! Non sarebbe più logico
chiamarlo "guidante", oppure "girante", visto che serve
per girare? Anche sulle cose importanti si faceva molta confusione. Si parlava spesso di "diritti":
il diritto all’istruzione, per esempio, significava che tutti i bambini
avrebbero potuto (e dovuto!) andare a scuola. Il diritto alla salute, poi,
avrebbe dovuto significare che chiunque, ferito, oppure malato, doveva avere
la possibilità di andare in ospedale. Ma per chi viveva in un paese senza
scuole, oppure a causa della guerra non poteva uscire di casa, oppure chi
non aveva i soldi per pagare l’ospedale (e questo, nei paesi poveri, è più
la regola che l’eccezione), questi diritti erano in realtà dei rovesci:
non valevano un fico secco. Siccome non valevano per tutti ma solo per chi
se li poteva permettere, queste cose non erano diritti
: erano diventati privilegi, e
cioè vantaggi particolari riservati a pochi. A volte, addirittura, i
potenti della Terra chiamavano "operazione di pace" quella che,
in realtà, era un’operazione di guerra: dicevano proprio il contrario di
quello che in realtà intendevano. E poi, sulla Terra, non c’era più
accordo fra gli uomini sui significati: per alcuni ricchezza
significava avere diecimila miliardi, per altri voleva dire avere almeno
una patata da mangiare. Quanta confusione! Tanta confusione che un
giorno il mago Linguaggio non ne poteva più. Linguaggio era un mago
potentissimo, che tanto tempo prima aveva inventato le Parole e le aveva
regalate agli uomini. All’inizio c’era stato un po’ di trambusto,
perché gli uomini non sapevano come usarle, e se uno diceva carciofo l’altro pensava al canguro,
e se uno chiedeva spaghetti l’altro
intendeva gorilla, e al ristorante
non ci si capiva mai. Allora il mago Linguaggio appiccicò ad ogni parola un
significato preciso, cosicché le parole volessero dire sempre la stessa
cosa, e per tutti. Da allora il carciofo è sempre stato un ortaggio, e il
gorilla un animale peloso, e non c’era più il rischio di trovarsi per
sbaglio nel piatto un grosso animale peloso, con il suo testone coperto di
sugo di pomodoro. Questo lavoro, di dare alle parole un
significato preciso, era costato al mago Linguaggio un bel po’ di fatica.
Adesso, vedendo che gli uomini se ne infischiavano del suo lavoro, e
continuavano ad usarle a capocchia, decise di dare loro una lezione."Le
parole sono importanti - amava dire - se si cambiano le parole si cambia
anche il mondo, e poi non ci si capisce più niente". Alle torte invece aveva aggiunto una esse,
erano diventate tutte.. storte, e cadevano per terra prima che bambini se le
potessero mangiare. Erano talmente storte che non erano più buone nemmeno
per essere tirate in faccia. Nelle scuole si era anche divertito ad
anagrammare, al momento dell’appello, la parola presente,
e se rima gli alunni erano tutti presenti,
adesso erano tutti serpenti, e
le maestre scappavano via terrorizzate. Poi si era tolto uno sfizio personale:
aveva eliminato del tutto la parola guerra, che aveva inventato per sbaglio,
e non gli era mai piaciuta. Così un grande capo della Terra, che in quel
momento stava per dichiarare guerra, dovette interrompersi a metà della
frase, e non se ne fece nulla. Inoltre aveva trasformato i cannoni
in cannoli, siciliani
naturalmente, e chi stava combattendo si ritrovò tutto coperto di ricotta e
canditi. Andò avanti così per parecchi giorni, con le scarpe che
diventavano gattoni e le case si mettevano a miagolare, il pane che si
trasformava in un cane e morsicava chi lo voleva mangiare. Quanta confusione! Troppa confusione, e gli uomini non ne potevano più. Mandarono quindi una delegazione dal mago Linguaggio, a chiedere che rimettesse a posto le parole, e con loro il mondo."E va bene - disse Linguaggio - ma solo ad una condizione: che cominciate ad usare le prole con il loro giusto significato. I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi. Uguaglianza deve significare davvero che tutti sono uguali, e non che alcuni sono più uguali di altri. E per quanto riguarda la guerra...". "Per quanto riguarda la guerra - lo interruppero gli uomini - ci abbiamo pensato... tienila pure: è una parola di cui vogliamo fare a meno".
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C'erano una volta, tanto tempo fa degli antichi popoli pagani che abitavano nelle fredde terre
della Scandinavia. A partire dal solstizio invernale, cioè nei giorni piu' corti dell'anno,
tutti i componenti delle famiglie si riunivano intorno al fuoco, per ripararsi dal freddo. Era
un vero e proprio momento di svago e un'occasione per stare insieme: si cantavano canzoni
popolari, si raccontavano storie, ci si scambiava doni e si celebravano i riti pagani. Tra questi, quello piu'
festeggiato era quello del ceppo bruciato per allontanare i giorni corti, che portavano il buio
e far tornare i giorni con la luce. Questo ceppo doveva essere scelto tra i tronchi piu'
grandi, preferibilmente di quercia, la quale simboleggia la forza e la solidita' e veniva arso davanti alla
famiglia riunita. In questo modo simbolicamente si bruciava il passato e si coglievano i segni del
futuro: le scintille che salivano al cielo simboleggiavano il ritorno dei giorni lunghi.
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Secondo la leggenda Babbo Natale vive al Polo Nord dove, aiutato da numerosi
gnomi, costruisce
dei giocattoli da distribuire come doni a tutti i bambini del mondo durante la notte di
Natale, con
l'ausilio di una slitta trainata da renne volanti e passando e attraverso i camini delle case. Ma il
vecchio rubicondo dalla barba bianca e dal vestito rosso ha una sua storia che ora vi
raccontiamo.
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Cera una volta una bella bambola, con i capelli biondi fatti di lana e il vestito con toppe di tutti i colori. Era appena uscita dalla fabbrica e viveva nel magazzino di un grande negozio. Quando era arrivato lo scatolone con tutte le bambole, lei era caduta per caso ed era scivolata in fondo allo scaffale. Quindi tutte le volte che le commesse andavano a prendere i giocattoli per metterli in vetrina, non la vedevano e la lasciavano li'. Il negoziante non si ricordava nemmeno piu' di averla e dopo molti mesi era rimasta invenduta. La bambola, che si chiamava Isabella, era molto triste perche' si sentiva sola. "Il bello dell' essere una bambola e' che puoi giocare con i bambini" pensava. "Ma se io sto sempre qui in mezzo alla polvere, la mia vita non ha senso". Non e' vero che i giocattoli non hanno emozioni. Bambole, pupazzi e peluche provano molta gioia quando vengono trattati bene e stanno vicini ai bambini. Quando invece rimangono in un angolo, dimenticati a prender polvere, si intristiscono e diventano piu' brutti. La povera Isabella si annoiava da morire e sognava ogni giorno di essere magicamente ritrovata da una bella bambina, bionda come lei. E infatti cosi' accadde. Una mattina entrarono nel negozio una bambina di nome Giulia, in braccio alla sua mamma, Francesca. Giulia compiva quel giorno sei anni e la mamma le voleva comprare una bambola. Ma la bimba aveva dei gusti difficili e desiderava un giocattolo che le piacesse al primo sguardo. Il negoziante la fece entrare nel magazzino e le disse di fare un giro per scegliere quello che le piaceva. "Mamma, mamma, eccola!" urlo' Giulia. Tra le mani sporche di polvere stringeva Isabella che, a guardarla bene, sorrideva felice!
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grazie Petra Due angeli viaggiatori si fermarono per passare la notte nella casa di una
ricca famiglia. Era una famiglia di persone molto avare e che si rifiutarono di far
dormire i due angeli nella camera degli ospiti. Concessero invece agli angeli solo un
piccolo spazio fuori, sul duro e freddo pavimento del pergolato davanti alla loro casa. |
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Si racconta che una volta, tanto tempo fa, tutti i sentimenti, le qualita' e i difetti dell'uomo si riunirono. Dopo che la Noia aveva sbadigliato per l'ennesima volta la Pazzia propose di andare a giocare a nascondino. La curiosita' chiese: -A nascondino? Come si fa? - E' un gioco, spiego' la Follia, io mi copro gli occhi e incomincio a contare fino a un milione. Voi intanto Vi nascondete e quando non c'e' piu' nessuno in giro e io ho finito di contare, il primo di Voi che trovo rimane al mio posto a fare la guardia per continuare il gioco. L'Entusiasmo ballo' seguito dall' Euforia, dall'Allegria e fece tanti salti che fini' per convincere il Dubbio e l'Apatia, la quale non aveva mai voglia di fare nulla. Ma non tutti vollero partecipare... la Verita' preferi' non nascondersi; la superbia disse che era un gioco molto sciocco e la Codardia preferi' non rischiare. - Uno, due, tre... -incomincio' a contare la Follia. La prima a nascondersi fu la Pigrizia, che si nascose dietro la prima pietra del cammino. La Fede sali' in cielo e la Invidia si nascose dietro l' ombra del Trionfo che era riuscito a salire in cima all' albero piu' alto. La Generosita' invece non riusciva a nascondersi, ogni posto che trovava lo lasciava ai suoi amici. Un lago cristallino? Ideale per la Bellezza, Un cespuglio? Perfetto per la Timidezza, Un soffio di vento? Giusto per la Libertà. Finche' la Generosità decise di nascondersi dietro un raggio di sole. L'Egoismo invece si prese subito il posto migliore e superconfortevole, tutto per lui. La Bugia si nascose... veramente non si sa dove, la Passione e il Desiderio si nascosero nel centro di un vulcano. La Dimenticanza... non ce lo ricordiamo ! Quando la Follia arrivo' a contare fino a 999.999, l' Amore ancora non aveva trovato un luogo per nascondersi, perche' erano tutti occupati. Alla fine vide un roseto e decise di nascondersi li', fra le bellissime rose. - Un milione!!!- disse la Follia che inizio' a cercare. La prima a farsi scoprire fu la Pigrizia. Poi la Fede, poi la Passione e il Desiderio, che aveva sentito vibrare dentro il vulcano. Trovo' poi l'Invidia che si era nascosta dove stava il trionfo. Camminando, vicino al lago trovo' la Bellezza; poi il Dubbio, il quale non aveva ancora deciso dove nascondersi. Eppoi uno dopo l'altro incontro' tutti gli altri, tranne l' Amore. La Follia inizio' a cercarlo dietro a ogni albero, sotto il ruscello, in cima alla montagna... e quando fu al punto di darsi per vinta, vide il roseto e inizio' a muovere i rami, quando allo improvviso si senti' un doloroso grido. Le spine avevano ferito negli occhi l'Amore! La Follia non seppe cosa fare e come chiedergli scusa. Pianse, prego', imploro' e chiese perdono. Da allora, sulla terra l'Amore fu cieco e la Follia non lo lascio' mai piu'.
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Verso la fine del 1400, la citta' di Milano era governata dal Duca Ludovico il Moro, molto amante delle feste e dei
banchetti. La sera del 24 dicembre, durante il cenone di Natale, tutta
la servitu' era impegnata a servire in tavola il Duca e i suoi ospiti. Il capocuoco era indaffarato
a preparare i piatti di carne, gli altri cuochi si stavano occupando dei piatti di
pesce. Cosi' a sorvegliare il forno era rimasto solo Toni, il servo piu' giovane, un ragazzo di dodici
anni. "Toni,
stai attento alle focacce che stanno cuocendo", gli aveva detto Ambrogione, il
capocuoco. Ma il ragazzo,
stanco per la fatica, si addormento' all'improvviso.
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